Età Aragonese

La morfologia della città, le sue peculiarità, l’economia, la flora e la fauna.

La città
a cura di Mariada Cerullo
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I Caracciolo perdono il feudo di Melfi che, nel 1442, viene però restituito a Troiano Caracciolo, figlio di Ser Gianni, da Alfonso I d’Aragona, che aveva conquistato il regno di Napoli e scacciato gli Angioini.

A Troiano succede Giovanni II, che provvede a restaurare le Mura ed il Castello, aprendo l’attuale ingresso.

Dà impulso al commercio, all’agricoltura ed all’industria ed i ceti emergenti costruiscono bellissimi palazzi per loro dimora, specialmente nel 1500.

A Giovanni II succede il figlio Troiano, che ottiene il titolo di principe di Melfi ed accoglie in città molti Greci ed Albanesi.

A Troiano succede il figlio Giovanni III che è il migliore dei principi di Melfi.

Durante il suo Principato avviene l’assedio e l’espugnazione di Melfi da parte dei Francesi il 23/03/1528, giorno passato alla storia come “Pasqua di sangue” , nel corso della guerra tra la Francia di Francesco I d’Angiò e la Spagna di Carlo V d’Aragona per la conquista del regno di Napoli.

La cittadina viene assalita dall’esercito francese, guidato da Pietro Navarro e dal Maresciallo di Francia Odet de Foix, Visconte di Lautrec, che attacca e viene respinto dalla parte delle Serre (colline tra Melfi e la Puglia)  riattacca con l’artiglieria, riesce a guadagnare un varco nelle mura, massacra gran parte della popolazione, poi si dirige verso il castello, dove si è rifugiato Giovanni Caracciolo con le sue milizie superstiti.

Una leggenda racconta del bottaio melfitano Battista Cerone, detto Ronca Battista che, durante l’invasione francese, uccide con la sua “ronca” molti nemici e poi cade sotto i loro colpi.

Il principe decide di arrendersi per evitare altre sofferenze al popolo e viene portato in Francia dove morirà il 5 agosto 1550.

Dopo l’espugnazione francese Melfi, saccheggiata e bruciata, viene abbandonata per mesi, molti melfitani si rifugiano nei boschi del Monte Vulture in contrada Spirito Santo, da dove fanno ritorno alle proprie case il giorno di Pentecoste, dello stesso anno, guidati dal capitano spagnolo Cordova.

Da allora il giorno in cui si celebra lo Spirito Santo si rivivono le pagine della storia di Melfi, andando all’alba in pellegrinaggio verso la chiesa rupestre dello Spirito Santo che si trova nella selva del Vulture.

Dopo la celebrazione della Santa Messa si riprende la via del ritorno in paese seguendo in processione le statue dello Spirito Santo e di San Michele, protettore dei boschi del Vulture fino alla chiesa di S. Maria.

Vi è anche un corteo storico negli sfarzosi costumi d’epoca composto da due paggi con pergamena dell’Imperatore Carlo V, dai tamburini, dagli alfieri con gli stendardi a cavallo, dai cavalieri coi palafrenieri e dal capitano spagnolo, da gruppi in costume, da battitori e suonatori di chiarine.

Si sfila portando in mano i rami di castagno e suonando trombe di terracotta, mentre la banda cittadina accompagna il corteo per le vie del paese.

Carlo V onora Melfi, per la sua fedeltà agli Aragonesi; col titolo di “Fedelissima” e con l’esenzione dalle tasse per 12 anni.

Emana poi un Editto per invitare le popolazioni delle città limitrofe a ripopolare il paese.

Trenta famiglie Albanesi, guidate dal capitano “Chiucchiari” si stabiliscono così nel rione, che prende il nome dal loro capo “Rione Chiucchiari “.

Lo stesso ripopolamento, accogliendo profughi e fuggiaschi albanesi, viene favorito in tutta la zona del Vulture dove molti paesi subiscono pestilenze e terremoti, in particolare quello del 05/12/1426, che si presentano a cicli regolari e bloccano qualsiasi tentativo di risveglio della popolazione.

Nel 1597 gli Albanesi, per contrasti con i Melfitani, decidono di stabilirsi a Barile lasciando la tradizione delle “panedduzze”.

Carlo V dona Melfi in feudo ad Andrea Doria il Grande, nel 1531, come ricompensa per i servizi prestati a favore dell’Imperatore.

La famiglia Doria realizza un feudo enorme per estensione a cavallo tra la Puglia, la Campania e la Basilicata.

I Doria, tramite i governatori, vessano la collettività melfitana, solo con Angelo Antonio della Monica ed il nuovo clima instaurato da Carlo III di Borbone i Doria restituiscono alla Universitas le difese usurpate e cessano tutti i soprusi nei confronti dei sudditi nel 1700.

Cresce in Melfi una classe intellettuale di origine forense, impegnata nella difesa dei diritti della collettività e caratterizzata da Federico Corradini e Laurenziello.

Azioni e difese che trovano il naturale completamento nell’erezione dell’albero della libertà nella piazza principale del paese nel 1799.

Nell’800, con l’eversione della feudalità da parte delle armate napoleoniche, avviene lo smantellamento delle strutture collettive delle “Universitas” e la costituzione del Municipio.

I Doria governano Melfi fino al 1808 ma, per molti anni, rimangono proprietari dei terreni.

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