I numeri parlano di un’Italia che gradualmente sta uscendo dalla crisi, ma la strada è ancora lunga

​PIR, il futuro delle PMI nazionali passa da Italia 18

I governi che si sono susseguiti nel corso degli anni hanno provato a dare la scossa con una politica più attenta ai bisogni dei risparmiatori e della piccola e media impresa

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Melfi venerdì 23 febbraio 2018
Pietro Carlo Padoan, Ministro dell'economia
Pietro Carlo Padoan, Ministro dell'economia © n.c.

Il 2017 è stato un anno spartiacque per il fintech e per i suoi clienti, visto che è stato contrassegnato dall’introduzione dei Piani Individuali di Risparmio: i PIR sono stati introdotti dal Governo con il doppio obiettivo di convogliare gran parte degli investimenti sul territorio italiano e al contempo di aiutare la piccola e media impresa a risollevarsi dopo un lungo periodo di crisi. Molto dipenderà anche dalle prossime elezioni: a prescindere dall’esito e dal Governo che si andrà a formare, bisognerà proseguire con una linea di agevolazioni e di soluzioni adeguate per aiutare anche le aziende non quotate.

Il vero motore dell’Italia è infatti sempre stato costituito dalle aziende più piccole, spesso anche a conduzione familiare, che però sono anche le prime ad aver risentito della crisi. Attraverso i Piani Individuali di Risparmio, però, una buona parte dei capitali italiani sono stati indirizzati a quelle piccole realtà che erano quotate. Risvegliando questo senso di appartenenza nazionalistico, i PIR hanno ottenuto un successo che neppure i più ottimisti avrebbero prospettato. La raccolta del 2017 ha infatti superato i 10 miliardi di raccolta.

Questo grande successo, però, non ha nascosto i dubbi di una parte degli “addetti ai lavori”. Allo stato attuale, infatti, il sistema non prevede specifiche indicazioni per assegnare alle PMI quanto derivato dalla raccolta. Nell’ideazione di tale strumento, è probabile che il legislatore abbia pensato ad una regolamentazione attraverso la borsa: questo scenario ha infatti comportato l’avvicinamento di numerose piccole realtà dell’economia nazionale al collocamento in borsa. Questa soluzione non può essere sufficiente, però: per il futuro si prospettano introiti ancor più elevati, che potenzialmente potrebbero essere in grado di risollevare l’intero tessuto micro-imprenditoriale in Italia, ma che allo stato attuale sarebbero convogliati solo verso pochi interpreti.

Il quadro che si prospetta per il prossimo futuro è fortemente incerto e pone davanti a numerosi interrogativi, relativi ai criteri di selezione delle imprese, alla valutazione dei progetti e agli enti che dovrebbero garantire il corretto funzionamento del sistema e l’erogazione dei capitali. La questione è delicata: per l’Italia si tratta probabilmente di un’occasione da non sprecare, come un gol da posizione favorevole se volessimo utilizzare una metafora calcistica, ma è pur vero che si tratta di risparmi delle famiglie, e che una mossa sbagliata potrebbe provocare un collasso dell’economia nazionale. Per questo il Governo dovrà trovare una strategia che sia al contempo positiva per tutti gli interpreti e trasparente in entrambe le direzioni. Uno sforzo comune, che dovrebbe coinvolgere anche le stesse aziende che dovranno essere pronte a proporsi al meglio sul mercato, anche con una governance più attrezzata.

Altro punto controverso riguarda i costi: tanti investitori hanno evidenziato che gran parte dei vantaggi fiscali sottesi ai PIR sono catalizzati dai costi di gestione. I 12 mesi del 2017 hanno di fatto confermato questo dato, poiché la commissione si attesta intorno al 2,3% pareggia gli sgravi che sono legati ai PIR sin dalla loro. Per questa serie di motivi, gli addetti ai lavori si dividono sull’efficacia di uno strumento come i PIR, ma è chiaro che, se il nuovo Governo riuscirà a modificare lo status quo attuale, da questi Piani può passare il futuro dell’Italia e del suo motore “storico”, ossia le piccole e medie imprese.

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